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Recovery Found per la digitalizzazione e lo sviluppo reti TLC

Chi li gestirà? E quali saranno i progetti prioritari? Se lo chiede anche CORCOM – Il Corriere della Comunicazioni, che dichiara subito: “In attesa che dalle bozze si passi a una strategia concreta non sarebbe il caso di dare vita ad una squadra interministeriale e interparlamentare in grado di evitare la frammentazione di risorse e iniziative?”

Il primo aspetto da considerare è l’entità dei fondi, di assoluto rilevo, come ricorda appunto in apertura del suo articolo la Direttrice di CORCOM, Mila Fiordalisi: “66 miliardi o giù di lì: questa la cifra, decisamente consistente, destinata alla digitalizzazione nell’ambito della versione “aggiornata” della bozza del Recovery Plan, pari al 31,4% del totale delle risorse disponibili pari a 147 miliardi. Al di là delle indicazioni di massima – banda ultralarga e il cappello “digital” messo qui e lì alla rinfusa – non è ancora chiaro su quali priorità si stia puntando, quali siano i progetti che dovranno partire per primi, chi li gestirà e come.

Considerando la centralità della questione a livello socio-economico (Covid19 ha sviluppato in modo esponenziale la crescita di Smart Working e Didattica a distanza, solo per fare due esempi), sarebbe auspicabile che la politica ponesse in atto quanto prima una task force dedicata. Una necessità sottolineata nell’articolo della Fiordalisi: “La partita è grossa e anche se c’è un ministro per il Digitale – Paola Pisano – è altrettanto vero che il ministro non è un ministero e che il ministro in questione è senza “portafoglio”. Ma ancor di più, considerando che il digitale è trasversale a qualsiasi settore dell’economia – dalla sanità ai trasporti, dall’ambiente alle infrastrutture, dall’istruzione alla cultura – si fa urgente la necessità di creare un team interministeriale o interparlamentare che dir si voglia, che metta insieme le migliori competenze e si attivi per evitare la frammentazione di progetti, la mancanza di “interoperabilità”, e persino il rischio di disperdere i fondi stessi attraverso la duplicazione di iniziative.”

Appaiono giustificate le perplessità e più che legittimi i timori su come l’apparato politico e burocratico-amministrativo siano in grado di gestire una partita cosi ampia e complessa. Il rischio di una paralisi prima ancora di incominciare a spendere i fondi è reale e richiede di agire rapidamente, come è ben ricordato in conclusione dell’articolo firmato dalla Direttrice di CORCOM: “Le inefficienze si sono già toccate ampiamente con mano nel corso degli anni: il “riuso” dei servizi ha funzionato poco e male proprio per la mancanza di una centralità di governance e operativa. Ancora oggi ci sono decine di piattaforme pubbliche che non si parlano fra loro, milioni di dati inutilizzabili a causa di incompatibilità dei software regionali. Per non parlare dell’annoso dibattito sulla newco delle reti, ma realizzata e chissà se ne verrà davvero a capo nei tempi auspicati, fra il dire delle iniziative e il fare che si impantana nelle carte bollate, nei ricorsi, nelle polemiche, nelle posizioni pro e contro anche in seno alla maggioranza di governo…”


Crescono i furti in casa. Ma di dati!

La straordinaria crescita del lavoro da remoto ha creato una condizione nuova a livello di Cyber Security: tutelare sui maggiori livelli le dinamiche tipiche dello Smart Working, le connessioni Internet, l’utilizzo del cloud e la posta elettronica.

Il fortissimo incremento della digitalizzazione e dell’impiego del web sta determinando una crescita altrettanto significativa degli attacchi informatici. I “pirati di dati” sono particolarmente aggressivi nelle case, vale a dire durante lo Smart Working. Le reti domestiche, trasformate in postazioni d’ufficio, soffrono notevolmente degli assalti dei cyber criminali. Alla questione dedica un articolo Umberto Tonelli sulle pagine de L’Economia, settimanale de Il Corriere della Sera. Nell’articolo si legge: “… In ottobre l’Italia era prima in Europa per numero di attacchi: oltre 2,8 milioni tra i virus informatici e i ransomware, con richieste di denaro. In questa nuova fase di Pandemia molte aziende continueranno a operare con dipendenti in Smart Working – dice Lisa Dolcini, marketing manager di Trend Micro Italia – La condivisione dei dati con gli uffici farà salire gli attacchi.”
L’articolo di Tonelli punta poi l’attenzione su elemento di particolare importanza: il cambio delle strategie da parte dei “pirati di dati”, ricordando come: “Dai cosiddetti attacchi a strascico, con aggressioni uguali per tutti finché un utente non cade in trappola, siamo passati ad attacchi mirati a prede (aziende) più grosse. In gergo viene chiamata Big Game Hunting, una caccia grossa, messa in atto dopo aver studiato attentamente gli utenti. Poi parte la richiesta di riscatto.”
Questo scenario preoccupante richiede una risposta duplice: sicuramente da parte delle aziende considerare bene le nuove condizioni di rischio e quali possono essere le possibili contromisure, anche valutando di rivolgersi a strutture specializzate in Cyber Security; da parte invece dei dipendenti che lavorano da casa, stabilmente o per determinati periodi, controllare che la propria postazione sia dotata di adeguate soluzioni informatiche di protezione dei dati, aggiornate soprattutto, ma anche adottare sempre comportamenti accorti nella gestione del lavoro in rete e più in generale nell’utilizzo del proprio computer. Una consapevolezza che inizia dal ricordarsi che navigare in internet significa muoversi in un mare dove non mancano… insidiosi pirati.


Autostrade: piano decennale per i cantieri

Dopo i problemi 2020, il nuovo anno porta l’avvio di un piano decennale che riguarderà buona parte delle infrastrutture. Al tema dedica uno specifico articolo il Sole 24 ore.

Le Autostrade tornano al centro dell’attenzione anche a livello di adeguamenti infrastrutturali e non solo per le ben note vicende finanziarie. Lo evidenzia l’ampio articolo che Il Sole 24 ore ha dedicato al tema lo scorso 12 gennaio: “Mit e Consiglio superiore dei Lavori pubblici hanno varato le linee guida su ponti e viadotti. In arrivo anche quelle sulla sicurezza strutturale delle gallerie, che aiuterà anche l’adeguamento alle norme europee antincendio. Parallelamente, Aspi è partita con Argo, sistema digitale messo a punto con Ibm e Fincantieri che entrerà progressivamente a regime nel 2021 e consentirà di fare un assessment: non solo ispezioni documentate con immagini e dati riversati nell’Ainop (la superbanca dati Mit di tutte le opere non solo stradali, istituita d’urgenza dopo il crollo del Ponte Morandi e in fase di avvio faticoso), ma una valutazione complessiva anche per scegliere se fare un’onerosa manutenzione di strutture che hanno in media 60 anni o ricostruirle del tutto. Argo ha la “benedizione” del Mit, perché si basa anche sugli esiti delle ispezioni ministeriali in Liguria e sulla rete del Centro-Sud nell’emergenza 2020”.

La mappa dei lavori indica una particolare attenzione anche ad elementi particolari come le barriere di sicurezza, anch’esse in fase di revisione e sostituzione. Sempre nell’articolo viene ricordato come “Anche il secondo gestore del Paese, il gruppo Astm (famiglia Gavio) appare sicuro di sapere come adeguarsi ai nuovi parametri: al Mit ha dichiarato che le sue autostrade liguri hanno un fabbisogno di 1,2 miliardi su gallerie, viadotti, barriere e altri adeguamenti. Ha investito un miliardo nel biennio da metà 2018 e nel 2020 ha accelerato (344 milioni, +30% sul 2019). Ma non sono disponibili preventivi per il 2021. (…) Sulla rete Astm, i lavori più impattanti sono previsti sulle tangenziali di Torino, in A5 sul nodo idraulico di Ivrea, sul tratto appenninico A15 e in Liguria su A6 e A10, con sospensioni negli esodi estivi ove possibile. Meno impattanti i lavori in A21 per asfalto e barriere. Sbloccato il traforo del Gran Sasso (competenza Sdp): si è riusciti a ispezionarlo pulendo le pareti con l’aspirazione dello sporco e non con acqua che avrebbe inquinato le falde. Gli esiti sono confortanti, ma le autostrade tra Roma e l’Abruzzo richiedono comunque molti lavori. Ma negli anni dovrebbero aggiungersi cantieri per nuove opere come le terze, quarte e quinte corsie previste da Aspi (nel caso vada in porto la trattativa con lo Stato per evitare la revoca della concessione) in A1, A8 e A14 e per il Passante di Bologna. La Gronda di Genova richiederà una decina di anni, più o meno come il risanamento delle vecchie autostrade circostanti (A7, A10 e A12). Dovrebbero iniziare anche i lavori Autobrennero per la terza corsia da Modena a Verona.
Un’interessante notazione, al termine dell’articolo, per quanto riguarda la messa a punto di un sistema automatico per riconoscere rimborsi dei pedaggi in caso di necessità: “A fronte di disagi prolungati, Aspi sta mettendo a punto un sistema automatico per riconoscere rimborsi dei pedaggi, senza concordarli di volta in volta col Mit. Chi riterrà di avere patito per tempi di percorrenza troppo sopra la media potrà chiederli tramite app in grado di inviare anche le immagini dei biglietti (cosi potrà essere indennizzato anche chi non ha il Telepass). Si potrebbe partire nell’anno”.


Deep Tech: la nuova febbre della “ricerca di frontiera”

Si chiama “Deep Tech” la frenesia che ha coinvolto diversi investitori tecnologici e che in Italia può già contare su un miliardo di euro da investire. Soluzioni avanzatissime in settori come computer quantici, biotech, nuovi materiali avanzati, intelligenza artificiale, fotonica e blockchain. Ne parla il quotidiano Il Sole 24 ore in un articolo a firma di Guido Romeo.

L’industria e la società italiane sono sempre più consapevoli della centralità di investire sulla ricerca avanzata. Le indagini indicano un aumento annuale degli investimenti di almeno 20% su settori fortemente innovativi. Il cosiddetto deep tech: quell’insieme di tecnologie innovative e di frontiera, originali, fondate su scoperte scientifiche, sull’ingegneria, la matematica, la fisica, la medicina. Un territorio che spazia anche fra intelligenza artificiale, Deep Learning e Machine Learning. Lo ricorda Guido Romeo in un suo articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore lo scorso 14 gennaio: “L’Italia, che con il polipropilene isotattico di Giulio Natta ha generato una delle Deep Tech che più hanno rivoluzionato il mondo moderno, per anni è stata ai margini della partita ma oggi sembra avere le risorse per giocare le sue carte. «Deep Tech e trasferimento tecnologico sono le parole chiave del 2021 per due motivi – sottolinea Stefano Peroncini, Ceo di Eureka! Ventures, specializzata nei materiali avanzati – perché abbiamo capito quanto sono vitali la scienza e la tecnologia dei nostri laboratori di ricerca per il progresso e la sopravvivenza delle nostre società e per gli ammontari che avremo a disposizione, anche in Italia. Per la prima volta nel nostro paese si è creata una massa critica di capitali, grazie all’effetto leva delle risorse private sui capitali pubblici, che porta la dotazione investibile in technology transfer e quindi in Deep Tech ad almeno 1 miliardo di euro».Si tratta di una transizione molto importante per il sistema italiano, anche perché è l’occasione per mettere meglio a sistema la qualità dei nostri scienziati. Questa evoluzione parte dall’impegno di diverse realtà di punta della ricerca tecnico-scientifica, come ricorda ancora Guido Romeo nel suo articolo: “Il 2020 si è infatti chiuso con l’avvio della Fondazione Enea Tech, che con una dote da 500 milioni di euro da investire nei prossimi 18 mesi è il più importante fondo italiano di technology tranfer centrato, appunto su diverse aree deep. In più è operativa ItaTech, la piattaforma promossa da Cassa Depositi e Prestiti e dal Fondo Europeo per gli investimenti mette in campo altri 280 milioni di cui più di 80 da privati grazie al pooling dei fondi che le afferiscono (Vertis Sgr concentrata sulla robotica, Sofinnova Telethon Fund dedicato a malattie genetiche e rare, Poli 360 Capital Partners concentrato sulla manifattura avanzata, Progress Tech Transfer gestito da Mi.To ed Eureka Ventures). In particolare, i capitali allocati da Fei-Cdp ai gestori debbono essere obbligatoriamente investititi per un minimo del 90% fino anche il 100% in progetti italiani. A queste risorse si sommano i 150 milioni di Cdp Venture Fondo di Fondi Tech Transfer e dagli altri operatori di venture capital che in maniera opportunistica investono in iniziative che nascono nel mondo della ricerca scientifica.

Il Deep Tech può essere certamente una grande opportunità, a patto di avere le competenze per comprenderlo e valutarlo e risorse finanziarie adeguate per sostenere i percorsi di valorizzazione di ricerca scientifica e di innovazioni che mediamente richiedono tempi più lunghi di startup più tradizionali.