Secondo il report di aggiornamento recentemente pubblicato da Open Fiber, la velocità di costruzione dell’infrastruttura nelle cosiddette Aree Bianche è in linea con le tempistiche condivise nel giugno scorso con Infratel ed il MISE e presentate ad inizio luglio al Comitato Interministeriale per la Transizione Digitale. Dedica attenzione al tema Borsa Italiana, con un articolo pubblicato lo scorso 29 novembre sulla propria testata online: Al 31 ottobre 2022, infatti, sono stati realizzati oltre 53.000 km di rete, ovvero il 60% del totale previsto dal piano. Nei soli 10 mesi da inizio 2022 al 31 ottobre sono stati costruiti circa 15.500 km di infrastruttura, che si prevede saliranno a circa 20.000 per fine anno: in soli 12 mesi, quindi, i km realizzati saranno più del 50% dei 37.000 km circa costruiti nei quattro anni che vanno dall’inizio delle attività nel 2017 a fine del 2021. “Con oltre centomila chilometri di infrastruttura costruita, già oggi abbiamo la rete di accesso in fibra più estesa d’Italia, abbiamo investito 4,5 miliardi di un piano che vale 15 miliardi ed il prossimo anno prevediamo di investirne altri due. In sintesi: abbiamo iniziato a correre”, commenta l’Amministratore delegato del gruppo Mario Rossetti sulle pagine del Corriere della Sera.

Come sottolineato nell’articolo, i Comuni oggi coperti dall’infrastruttura FTTH di Open Fiber sono 3.770, pari a circa il 60% del totale dei 6.232 comuni previsti dalla Concessione Infratel. A questi Comuni corrispondono circa 3,47 milioni di Unità Immobiliari (+43% rispetto alla fine del 2021). Dalla fine del 2021 sono stati completati 1.160 nuovi Comuni per circa 1,05 milioni di nuove Unità Immobiliari (2,64 milioni di Unità Immobiliari in vendibilità, +44% rispetto alla fine del 2021).
Sul delicato tema dei ritardi rispetto al cronoprogramma originario, lo stesso Rossetti ha dichiarato: “Ci sono stati doversi fattori che hanno ritardato i programmi sin dall’inizio a partire dalla burocrazia, altri si sono acuiti nell’ultimo anno, come la mancanza di manodopera specializzata nei cantieri”.
Ancora nell’articolo: …sulla manodopera che scarseggia il manager ha spiegato che attualmente nei cantieri sono impiegate 2000-3000 persone, ma ne serviranno 4000-5000 per completare i piani, considerando anche le aree grigie e nere.

Interessanti dati emergono dall’indagine sulla presenza in Italia dei maggiori gruppi mondiali Software & Web realizzato dall’area Studi di Mediobanca. La ricerca analizza i primi nove mesi 2022 e quelli del triennio 2019–2021 delle 25 maggiori WebSoft internazionali, con ricavi superiori a 12 miliardi di euro ciascuna, di cui 11 hanno sede negli Stati Uniti, nove in Cina, due in Germania e Giappone e una in Corea del Sud. Rivolge attenzione alla ricerca Cor.Com – Il Corriere delle Telecomunicazioni, con un articolo pubblicato lo scorso 30 novembre, puntando prima di tutto a sottolineare lo sviluppo delle risorse umane impiegate: Il numero dei dipendenti è aumentato di circa 4mila unità rispetto al 2020: si tratta in prevalenza di assunti dal gruppo Amazon, che in Italia è quello che conta sul maggior numero di dipendenti: 11.911 nel 2021. Quanto al versante fiscale, i giganti del Web hanno versato in Italia 150 milioni di euro in tasse, pari a un tax rate del 25,1%, ma si arriva al 33,5% se a questo si aggiungono anche gli accantonamenti per il pagamento della digital service tax.
Sempre nell’articolo vengono evidenziati alcuni dati particolarmente significativi per tracciare lo scenario attuale del settore e le principali prospettive future a livello internazionale: tra gennaio e settembre 2022 i maggiori operatori sono cresciuti in termini di fatturato aggregato del +9,5% (sui primi nove mesi 2021), con situazioni diversificate a livello geografico – spiega il report di MedioBanca – il Nord America (+13,7%) tiene più di Europa e Asia la cui crescita è limitata a una singola cifra (rispettivamente +8,2% e +6,6%), con l’America Latina in forte accelerazione (+24,9%), pur con valori ancora contenuti (1,5% del fatturato complessivo). Il ritorno alla normalità dopo la pandemia si riflette nel rimbalzo dei comparti più penalizzati da Covid-19: sharing mobility (+111,6% di ricavi a/a) e vendite online di viaggi (+55,5%). L’incremento del giro d’affari appare invece più contenuto per quei settori che avevano già beneficiato dei cambiamenti nelle abitudini dei consumatori, come ad esempio il food delivery (+27,0%), cloud (+21,3%) ed e–commerce (+3,8%).
Ancora nell’articolo di Cor.Com si sottolinea: A differenza delle multinazionali manifatturiere, che nel periodo 2019-2021 hanno registrato una crescita dei ricavi del 7,6%, le WebSoft hanno marciato a un passo più sostenuto con il loro +50% di fatturato nello stesso periodo. I primi tre player, inoltre (Amazon, Alphabet e Microsoft), rappresentano la metà dei ricavi aggregati, con Amazon (414,8 miliardi di euro, di cui il 50,9% generato dal retail), in prima posizione dal 2014, che ne concentra da sola oltre un quarto.

Una fabbrica intelligente e digitale può ottenere i massimi benefici dall’evoluzione 4.0 se la transizione avviene secondo un piano strategico attentamente pianificato. È quanto emerge dal report annuale di Efeso Consulting, società di consulenza di direzione che, ogni anno, monitora le aziende industriali che hanno intrapreso strategie di trasformazioni digitali ben strutturate, evidenziando i principali risultati e premiando le iniziative più innovative. Dedica attenzione al tema il quotidiano Il Sole 24 Ore con un articolo a firma di Raoul de Forcade pubblicato lo scorso 2 dicembre: Lo scenario macroeconomico in cui le industrie oggi si trovano a operare, con un mercato sempre più competitivo, la necessità di puntare sulla sostenibilità e quella di governare dinamiche di mercato imprevedibili spinge gli imprenditori (per lo meno quelli più illuminati) verso un’evoluzione dell’organizzazione aziendale sempre più rivolta al digitale e alla fabbrica “intelligente”. La scelta, se fatta con le dovute accortezze, è quella giusta, perché, in generale, i benefici medi raggiungibili dall’implementazione di piani di trasformazione digitale strutturati includono miglioramenti dell’efficienza dal 10 al 15% nel medio termine e dal 20 al 40% nel lungo; garantendo riduzioni dei costi energetici del 7,5%, dei consumi di materia prima del 15%, del capitale circolante del 45%, degli scarti del 55% e una riduzione della merce in magazzino del 45%.

L’implementazione di piani di trasformazione digitale, sempre secondo Efeso Consulting, ha portato miglioramenti di produttività, misurata sul costo di trasformazione, in tutti i settori monitorati. Ancora nell’articolo: L’incidenza della digitalizzazione, in programmi di questa tipologia, consente di ottenere miglioramenti del 50% nella riduzione dei costi di trasformazione: un tipico programma di eccellenza operativa tradizionale, a regime, consente di ottenere risparmi annui sul costo di trasformazione dal 4 al 7%; tuttavia, se il programma è supportato da un piano di trasformazione digitale, i risparmi possono arrivare dal 6 al 10% del costo di trasformazione. Sempre nell’articolo si sottolinea come, però, non mancano alcuni pericoli quando questo sviluppo non è affrontato correttamente. In particolare il percorso di trasformazione digitale delle aziende dovrebbe essere accompagnato da una strategia di digitalizzazione con un approccio adattato alle peculiarità dell’azienda. Il report presenta alcuni casi in cui gli investimenti per l’implementazione di tecnologie digitali sono stati concentrati solo in determinate aree del processo produttivo, senza un approccio che interessasse l’intera catena del valore. Tutto ciò ha portato a non poter sfruttare le vere potenzialità delle tecnologie digitali. Una corretta strategia di digitalizzazione deve partire dagli obiettivi di medio-lungo termine dell’azienda, declinati in opportuni target operativi di fabbrica e attraverso una valutazione dello stato di maturità digitale dell’impresa.

Lo scorso 30 novembre TIM ha emesso un comunicato conseguente alle dichiarazioni dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy in relazione al progetto di creazione di una Rete Nazionale. TIM ha manifestato la propria disponibilità a continuare il confronto nelle sedi istituzionali. Nella nota di TIM, ripresa da tutti gli organi di stampa, si poteva leggere: “In particolare, TIM proseguirà, in linea con il piano di delayering presentato al mercato lo scorso 7 luglio, a valutare tutte le opzioni strategiche, che consentano di perseguire al meglio gli obiettivi del superamento dell’integrazione verticale e della riduzione dell’indebitamento. Inoltre, il Consiglio di Amministrazione, riunitosi in data odierna sotto la presidenza di Salvatore Rossi, ha preso atto del comunicato congiunto diffuso oggi da CDP Equity, Macquarie Asset Management, e Open Fiber relativo al Memorandum of Understanding sottoscritto lo scorso 29 maggio, che può pertanto considerarsi decaduto e privo di effetti”.
Riprende il tema il Corriere della Sera in un articolo a firma di Federico De Rosa, pubblicato lo scorso 4 dicembre: Il tempo stringe. La prossima settimana il tavolo istituzionale del governo per trovare una soluzione sulla rete unica e sul futuro di TIM dovrebbe iniziare le verifiche “tecniche”.

Da parte governativa continuano intanto a moltiplicarsi gli annunci che indicano come prioritario trovare una soluzione entro fine anno per la partita della rete unica. È infatti l’intenzione dichiarata dal Ministero delle Imprese: “Tenendo conto delle priorità di valorizzare le risorse umane di Tim e dar attuazione ad una efficiente e capillare Rete Nazionale a controllo pubblico – scrive il Ministero delle Imprese – il Governo intende promuovere un tavolo di lavoro che entro il 31 dicembre possa contribuire alla definizione delle migliori soluzioni di mercato percorribili per massimizzare gli interessi del Paese, delle società coinvolte e dei loro azionisti e Stakeholder, tenendo conto delle normative esistenti a livello nazionale ed europeo e degli equilibri economici, finanziari ed occupazionali”. Nel frattempo il governo è impegnato anche nella delicata questione della legge di bilancio, nella quale il tema della rete unica si lega a sua volta alle questioni connesse all’utilizzo dei fondi del PNRR. Non sono mancati affondi anche aspri su presunti ritardi accumulati nei mesi scorsi da parte dell’amministrazione pubblica nell’impiego delle risorse.

Nei prossimi tre anni il Gruppo Enel intende concentrarsi su modelli di business integrati, know-how digitale nonché business e aree geografiche che possano aggiungere valore nonostante le complessità dell’attuale scenario. Con questo concetto di base, l’AD del Gruppo, Francesco Starace, ha presentato il piano strategico 2023-2025. Sempre secondo quanto dichiarato dall’AD, la struttura delle decisioni punta ad aumentare la resilienza di fronte a potenziali future persistenti turbolenze, oltre a posizionare la creazione di valore in un percorso di ulteriore crescita, a vantaggio di tutti gli stakeholder e accelerando l’indipendenza energetica nei Paesi core. Rivolge attenzione al tema La Repubblica, con un articolo a firma di Luca Pagni, pubblicato on line lo scorso 22 novembre e ripreso nell’edizione in carta del 23 novembre: Entrando nel dettaglio Enel punta “a un riposizionamento strategico dei business e delle aree geografiche”. Come primo passo un piano di dismissioni per 21 miliardi di euro in termini di contributo positivo alla riduzione dell’indebitamento netto: si vuole arrivare a 51-52 miliardi di euro entro la fine del 2023, dai 58-62 miliardi di euro stimati nel 2022.  La società vuole sfruttare il momento “caldo” del mercato del gas per uscire completamente dal settore. mentre l’uscita dal carbone era già prevista al 2025. La riduzione del perimetro è anche geografica. Enel prevede così, entro la fine del 2025, di “conseguire una struttura più agile, focalizzandosi sui Paesi ‘core'”, quindi Italia, Spagna, Stati Uniti, Brasile, Cile e Colombia.

Sempre nell’articolo si sottolinea come le dismissioni intendono liberare risorse per nuovi investimenti: tra il 2023 e il 2025 Enel prevede di investire circa 37 miliardi di euro, di cui il 60% per la strategia commerciale integrata del Gruppo (generazione, clienti e servizi) e il 40% sulle reti per sostenere il loro ruolo nella transizione energetica. Così nell’articolo: Il colosso energetico punta a “focalizzarsi su una filiera industriale integrata verso un’elettrificazione sostenibile, soddisfacendo circa il 90% delle vendite a prezzo fisso con elettricità carbon-free nel 2025, portando la generazione da fonti rinnovabili a circa il 75% del totale, nonché digitalizzando circa l’80% dei clienti di rete”.

Come ricordato ancora nell’articolo pubblicato da La Repubblica, Starace ha anche risposto alle domande sulla sua permanenza alla guida del gruppo: Il CDA di Enel verrà rinnovato per un altro triennio la prossima primavera. Un appuntamento chiave per il nuovo governo guidato dalla premier Giorgia Meloni, visto che si rinnovano – tra gli altri – anche i vertici di Eni, Poste e Terna.

Il programma strategico “Percorso per il decennio digitale” istituisce un meccanismo di monitoraggio e cooperazione per conseguire gli obiettivi e i traguardi comuni per la trasformazione digitale dell’Europa. Tale quadro si basa su un meccanismo di cooperazione annuale che coinvolge la Commissione e gli Stati membri. La Commissione elabora le traiettorie previste dell’UE per ciascun obiettivo insieme agli Stati membri, che a loro volta proporranno tabelle di marcia strategiche nazionali per raggiungerli. La recente approvazione del Piano a livello comunitario apre di fatto le porte alla concretizzazione delle prospettive insite nel Piano stesso. Rivolge attenzione al tema Cor.Com – Il corriere delle Telecomunicazioni, con un articolo a firma di Veronica Balocco pubblicato lo scorso 24 novembre: Competenze digitali: avanti tutta in Europa. La plenaria di Strasburgo del Parlamento Ue ha approvato – con 529 voti favorevoli, 22 contrari e 25 astensioni – l’accordo tra colegislatori sul programma strategico per il 2030 “Percorso per il decennio digitale” (Path to the Digital Decade), volto a garantire che l’Unione europea realizzi i suoi obiettivi per una trasformazione digitale conforme ai suoi valori. L’intesa dovrà ora essere formalmente approvata dal Consiglio prima della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.

Come ricordato nell’articolo, la legislazione si pone come obiettivo primario che l’80% della popolazione di età compresa tra i 16 e i 74 anni abbia almeno competenze digitali di base. Viene inoltre sottolineato come durante i negoziati con il Consiglio, i deputati hanno chiesto che almeno il 75% delle imprese europee utilizzi servizi di cloud computing, big data e intelligenza artificiale e che oltre il 90% delle Pmi europee raggiunga almeno un livello base di intensità digitale. Quattro i punti cardinali su cui si articola la “bussola” proposta dall’Ue: competenze, infrastrutture digitali sicure e sostenibili, trasformazione digitale delle imprese e digitalizzazione dei servizi pubblici. Ancora nell’articolo: Il focus digital dell’Europa, intanto, si estende a 360 gradi anche su tutti gli altri aspetti della transizione. La costruzione del portale unico dell’Unione, in questo senso, è un esempio. Intervenendo al convegno digital Sme Alliance a Bruxelles, il vice direttore generale DG Grow, Hubert Gambs, ha spiegato che lo strumento, in fase di realizzazione, “renderà davvero più facile per le imprese accedere alle informazioni online se vogliono fare affari, ad esempio, in un altro Stato membro e anche avere accesso alle procedure che devono essere completamente online”.

Crescono le preoccupazioni sulla reale possibilità di chiudere nei tempi prefissati i principali progetti del PNRR sul digitale. A fare crescere ulteriormente le preoccupazioni le dichiarazioni del nuovo Governo, che hanno affermato come la situazione delle grandi opere infrastrutturali sarebbe più critica rispetto a quanto formalmente emerso nei mesi scorsi. In merito al Piano Italia a 1 Giga gli obiettivi dichiarati nel PNRR sono difficilmente perseguibili allo stato attuale dello scenario. Lo stesso stato di difficoltà caratterizzerebbe il piano Italia 5G. Si occupa della questione il quotidiano Il Sole 24 Ore con un articolo a firma di Andrea Biondi e Carmine Fotina, pubblicato lo scorso 24 novembre: I piani Italia a 1 Giga (fibra ottica) e 5G richiedono il rispetto delle coperture fissate dalle gare entro la metà del 2026, ma ci sono scadenze intermedie semestrali a livelli crescenti. E quelle del 2024 previste dai documenti di gara, soprattutto per la rete fissa, saranno già molto impegnative (40%), anche alla luce della mancanza di manodopera specializzata nella posa della fibra, problema sollevato più volte dagli operatori coinvolti.

Nell’articolo viene sottolineato come le gare per il pacchetto “connessioni veloci” del PNRR hanno assegnato 5,05 miliardi producendo risparmi rispetto alla base di partenza di 1,2 miliardi. È urgente decidere se confermare la destinazione di questi avanzi. Altro tema al centro del dibattito il Polo strategico nazionale, affidato alla cordata Tim-Cdp-Leonardo-Sogei con la formula del partenariato pubblico-privato, che dovrà ospitare in modalità cloud i dati più critici della Pubblica amministrazione. Così nell’articolo: C’è una scadenza immediata, cioè il collaudo tecnico dei data center entro il 31 dicembre 2022 e secondo alcuni fornitori non sarà così scontato tagliare il traguardo. E c’è un obiettivo di più lungo termine, la migrazione entro il 2026 delle Pa coinvolte (le risorse pubbliche sono pari a 900 milioni) che però, almeno per quanto riguarda le amministrazioni meno strategiche, in alternativa al Psn potrebbero scegliere anche di migrare sul cloud di uno tra gli operatori di mercato che saranno stati precedentemente certificati.

Le questioni riguardanti le TLC e la digitalizzazione si inseriscono in una più ampio intervento di monitoraggio riguardanti l’impiego dei fondi del PNRR. Il rischio complessivo di fattibilità ammonterebbe a circa 40 miliardi di euro per molteplici opere, sui 220 finanziati dal PNRR e dal Fondo nazionale complementare. Infrastrutture ferroviarie e progetti affidati ai comuni i settori in ritardo maggiore. Nei report ministeriali decine di criticità e d’imprevisti: archeologia, compatibilità ambientale, paesaggio, interferenze, slittamenti.

Il progetto di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) per dare sintesi tra la rete della controllata Open Fiber con quella della rivale Telecom Italia in una infrastruttura, è stato congelato dal nuovo esecutivo. Il Governo non ha condiviso la lettera d’intenti firmata da Cdp lo scorso maggio e che si sarebbe dovuta trasformare in un’offerta non vincolante entro mercoledì 30 novembre. Dedicano attenzione al tema tutti i principali organi di stampa, fra cui il Corriere della Sera, con un articolo a firma di Federico De Rosa pubblicato lo scorso 26 novembre: Il memorandum tra Cassa Depositi e prestiti e Tim sulla rete unica rischia seriamente di finire in un cassetto. Con l’avvicinarsi della scadenza del 30 novembre aumentano infatti le possibilità che l’offerta per la rete dell’ex monopolista non arrivi. Almeno per il momento e non nella forma prevista. Il governo avrebbe chiesto a Cdp di soprassedere per poter avere il tempo di valutare altre opzioni.

Come hanno sottolineato diversi organi di stampa, dopo mesi di lavoro il piano dell’Ad di Cdp Dario Scannapieco si trova di fronte a un freno di ordine politico. Cdp ha provato a rimodulare l’offerta, ha rinviato i termini e ha provato a definire un compromesso, anche tramite diversi ministeri, ma non si è giunti ad una decisione. Tanto è vero che il governo avrebbe chiesto un tavolo alternativo, per studiare nuove soluzioni da condividere con tutti gli stakeholders. Una indicazione che ha coinvolto sia i francesi di Vivendi (proprietari del 23,8% delle azioni di Tim), sia i rappresentati sindacali, portavoce degli oltre 40mila dipendenti del gruppo. Sempre gli organi di stampa hanno ricordato come dopo l’incontro governativo del 25 novembre sul tema “rete unica”, la premier Meloni ha deciso di affidare al sottosegretario Alessio Butti le deleghe per fare da coordinatore della questione. Butti a più volte ribadito pubblicamente la necessità di mantenere il controllo della rete Telecom in mani pubbliche, perché rilevando la maggioranza di Tim attraverso Cdp, la Cassa dovrebbe consolidare nei suoi bilanci anche tutti i 26 miliardi di debito dell’azienda telefonica.

Sempre Federico De Rosa nel suo articolo pubblicato da il Corriere della Sera puntualizza: Le consultazioni non sono comunque terminate (…) Lo stesso Butti la scorsa estate aveva fatto emergere l’esistenza di un piano di Fratelli d’Italia, “Progetto Minerva”, per creare la rete unica a controllo nazionale, con una formula diversa dall’acquisto dell’infrastruttura di Tim e la fusione con Open Fiber, la società per la rete in fibra controllata da Cassa e da Macquaire.

La Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (Nadef) indica che fino ad oggi in Italia abbiamo speso meno di quanto inizialmente stimato dal PNRR. Sviluppo delle reti a banda ultralarga e digitalizzazione stanno “soffrendo” in particolare per i ritardi nel rendere operativi i cantieri delle infrastrutture. Freni imputabili prima di tutto alla burocrazia italiana. Dedica attenzione al tema il magazine Affari&Finanza, settimanale di La Repubblica, con un articolo a firma di Sibilla Di Palma pubblicato lo scorso 14 novembre: La parola d’ordine in tema di PNRR è accelerare, a maggior ragione a fronte di uno scenario macroeconomico in peggioramento. Nelle scorse settimane la Commissione europea ha dato l’ok all’invio al nostro Paese della seconda rata di finanziamenti da 21 miliardi di euro, riconoscendo il raggiungimento delle 45 scadenze che l’Italia doveva completare entro il primo semestre del 2022. Alcuni cantieri non sono ancora stati avviati, complice l’impennata dei prezzi relativa ai materiali e poi c’è il tema delle competenze all’interno di una pubblica amministrazione che negli anni è stata svuotata di personale e professionalità.

Come ricordato nell’articolo, se l’obiettivo del PNRR è consentire all’economia nazionale di incamminarsi su un percorso di crescita strutturale ben maggiore rispetto a quella degli ultimi venti anni, è inevitabile una svolta in chiave digital. Non a caso la Missione 1 del Piano nazionale di ripresa e resilienza si intitola “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura” e prevede lo stanziamento di oltre 49 miliardi di euro, su un importo totale di circa 248 miliardi.
Ancora nell’articolo: Nell’ambito della missione 1 il programma suddivide gli interventi lungo due assi principali. Il primo riguarda le infrastrutture digitali e la connettività a banda ultralarga, mentre il secondo tutti quegli interventi volti a trasformare la pubblica amministrazione in chiave digitale. Sul primo fronte, la nuova strategia europea Digital Compass stabilisce che entro il 2030 debba essere garantita una connettività a 1 gigabit per secondo (Gbps) per tutti e la piena copertura 5G delle aree popolate. Obiettivi che l’Italia ambisce a raggiungere entro il 2026 con l’aiuto del Pnrr.

L’articolo si conclude sottolineando come la transizione digitale si porta dietro ricadute sociali non di poco conto: Nel momento in cui buona parte delle attività quotidiane si spostano online, chi non ha accesso ai nuovi servizi rischia concretamente di restare escluso dalla vita sociale. Per questa ragione, tra le misure previste dal Pnrr vi è la previsione di creare le Reti di Facilitazione Digitale, 3mila punti dislocati lungo tutta la Penisola per favorire l’inclusione digitale di due milioni di cittadini. Si tratterà di punti di accesso fisici, solitamente situati in biblioteche, scuole o centri sociali. Un ruolo centrale in questo progetto lo rivestono le regioni, alle quali spetta il compito di emanare i bandi locali per l’individuazione dei punti di facilitazione e la selezione dei facilitatori, che potranno essere un dipendente di una struttura pubblica, un volontario di un’associazione, uno studente di scuola o dell’università nell’ambito di un tirocinio.

Con un evento organizzato in contemporanea nelle Università di Cagliari, Palermo e Salerno, Terna ha inaugurato ufficialmente lo scorso 14 novembre il Tyrrhenian Lab. Al via i tre Master di II livello promossi nell’ambito del progetto per il quale l’azienda che gestisce la rete elettrica nazionale investirà 100 milioni di euro nei prossimi 5 anni. Rivolge attenzione al tema il Corriere della Sera, con un articolo a firma di Simona Brandolini, pubblicato lo scorso 15 novembre: L’Ad di Terna, Stefano Donnarumma, inaugura il Tyrrhenian Lab nell’aula magna dell’Università di Salerno, con l’avvio del nuovo Master in Digitalizzazione del sistema elettrico per la transizione energetica. E se il il Tyrrhenian link è il principale investimento infrastrutturale dell’azienda (4 miliardi in 10 anni), il Tyrrehnian lab sarà il maggiore investimento su competenze tecnologiche verticali: Terna investirà sul progetto 100 milioni. Un laboratorio diffuso in collaborazione con tre atenei, Salerno, Cagliari e Palermo.

Come ricordato nell’articolo, alla fine dei 12 mesi del master, che punta a creare nuove professionalità dotate di competenze manageriali, ingegneristiche informatiche e statistiche, i 45 studenti selezionati saranno assunti nelle sedi territoriali di Terna e potranno operare in qualità di: esperti di algoritmi e modelli per il Mercato Elettrico, esperti di sistemi di analisi e regolazione, esperti di gestione degli apparati di campo, esperti dei sistemi di Automazione di Stazione (SAS) ed esperti di Sistemi IoT di Stazione. Sempre nell’articolo viene citato uno dei passaggi chiave dell’intervento dell’AD Dommarumma: “Il Tyrrhenian Lab è un progetto sostenibile, che farà crescere l’intero sistema elettrico e valorizzerà il territorio del Sud Italia. A pieno regime, nelle sedi del Tyrrhenian Lab lavoreranno almeno 200 persone con un indotto di mille ulteriori professionisti coinvolti”, ha commentato Stefano Donnarumma, Amministratore Delegato di Terna. “Con l’avvio di questo importante centro di formazione di eccellenza Terna ribadisce l’impegno nello sviluppo di competenze altamente specializzate, che aiuteranno il sistema a cambiare marcia seguendo quelle che secondo noi sono le direttrici fondamentali: investimenti decisi sulle rinnovabili, sulle reti e sugli accumuli di energia elettrica”.

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