E’ prevista per il prossimo 10 febbraio la pubblicazione del Connectivity Package: documento europeo che punta a una revisione del Codice delle Comunicazioni elettroniche per abbattere la burocrazia creando un mercato unico delle reti. Ne parla CorCom – Il corriere delle Telecomunicazioni in un articolo del suo Direttore Mila Fiordalisi, pubblicato lo scorso 25 gennaio: Rivedere il Codice delle Comunicazioni elettroniche per uniformare la normativa Ue in materia di banda ultralarga in chiave di sburocratizzazione. E tagliare tutta una serie di costi amministrativi per consentire agli operatori di recuperare risorse per spingere gli investimenti per la banda ultralarga fissa e il 5G. Queste le misure chiave del Connectivity Package, pacchetto che la Ue dovrebbe ufficialmente presentare il prossimo 10 febbraio. Due i documenti che compongono la strategia e che CorCom è in grado di anticipare (si tratta di due bozze che non dovrebbero variare nella sostanza): il Gigabit Infrastructure Act per abbattere i costi di deployment delle reti e la Access Reccomendation, raccomandazione per la revisione delle norme.

Come ricordato nell’articolo, il Gigabit Infrastructure Act punta a ridurre burocrazia e costi a carico delle società che operano nel settore delle Telecomunicazioni in modo da accelerare sugli obiettivi Ue in termini di infrastrutturazione e copertura: l’Europa punta alla conettività Gigabit per tutti i cittadini e all’utilizzo di tecnologie cloud e di intelligenza artificiale da parte di almeno il 75% delle aziende da qui al 2030. Stando a indiscrezioni, sul fronte costi il risparmio sarebbe nell’ordine di 40 milioni di euro l’anno in spese amministrative. Numerose le opzioni suggerite nell’ambito della proposta: uniformare ulteriormente le regole a livello Ue in termini di permessisistica e anche di accesso alle reti; escludere le reti Vhcn dagli obblighi in materia di coordinamento fra operatori oppure stabilire condizioni di accesso “eque e ragionevoli” per il coordinamento sulle opere civili in modo da ridurre potenziali controversie fra operatori; estendere gli obblighi di accesso e di trasparenza agli asset non in capo agli operatori, ad esempio gli edifici commerciali anche attraverso la creazione di una single digital platform sulle infrastrutture.

Sempre nell’articolo si sottolinea come la Commissione europea punta a una revisione delle regole indicate nel Codice delle Comunicazioni elettroniche per evitare squilibri infrastrutturali, vale a dire che ci siano discrepanze in termini di velocità nella connettività fra i vari Paesi dell’Unione. In tal senso viene sollecitato un maggiore coordinamento fra le autorità nazionali per evitare “distorsioni”. In alcuni casi si prevede l’abolizione di obblighi normativi o a una deroga degli stessi per incentivare gli investimenti in reti ad altissima capacità e favorire accordi che possano rendere finanziariamente più sostenibili gli investimenti stessi da parte degli operatori.

Sono ripartiti i tavoli di trattativa voluti dal governo per arrivare a un’intesa sul progetto della rete unica in fibra. In particolare lo scorso 26 gennaio si è tenuta una riunione presso il Mimit (Ministero delle Imprese e Made in Italy) per fare il punto sulle agevolazioni che lo Stato è disposto a mettere sul piatto per il settore delle Tlc. L’appuntamento ha dato spazio al tema della rete unica, anche perché lo stesso Ministro Adolfo Urso si era espresso recentemente ribadendo la volontà del governo di arrivare ad un controllo pubblico della rete. Come riportato dagli organi di stampa, all’incontro del 26 gennaio erano presenti Vivendi, rappresentato da Daniele Ruvinetti (che nella sostanza ha preso il posto dell’AD dei francesi Arnaud De Puyfontaine), con Rothschild a fare da advisor, e Cdp, con Credit Suisse come consulente, il capo di gabinetto del ministero delle imprese e del made in Italy, Federico Eichberg, a fare le veci del ministro Urso, e l’ad di Cdp Equity, Francesco Mele. Dedica attenzione al tema proprio nella giornata del 26 gennaio il Corriere della Sera, con un articolo a firma di Gabriele de Rosa: Riparte il tavolo di confronto tra Vivendi e Cdp sul futuro della rete Tim. Oggi al Ministero delle Imprese e del Made in Italy i due grandi azionisti del gruppo telefonico si rivedranno per valutare se è possibile trovare un punto di incontro tra le reciproche posizioni, in modo da arrivare a portare la rete di Tim sotto il controllo della Cassa. “Il punto fermo è la rete nazionale a controllo pubblico e quindi a guida di Cassa depositi e prestiti. Questo significa che anche altri attori possono partecipare a realizzare questo progetto” ha ribadito ieri il ministro Adolfo Urso da Bruxelles.

Sempre gli organi di stampa hanno sottolineato come al momento resta questa la strada principale che Cassa e ministero del Made in Italy intendono percorrere, anche se la distanza tra la valutazione di Cdp, intorno ai 18 miliardi, e quella di Vivendi (primo azionista di Tim) che ne chiede almeno 31, sembra troppo ampia per poter essere coperta con gli incentivi di Stato di cui si è parlato. Ecco perché l’altro percorso, quello preferito da Vivendi e che porta alla cosiddetta scissione proporzionale in una NetCo e una ServCo che lascerebbe al mercato il compito di stabilire il valore della rete, non è affatto morta.  C’è la possibilità che le parti possano aggiornarsi a breve, addirittura ai primi di febbraio. Ricordiamo inoltre che le misure a sostegno del settore Tlc sul tavolo delle trattative tra governo e privati riguardano in particolare il limite delle onde elettromagnetiche per il 5g, il taglio dell’Iva sui servizi di telefonia e sui dati. Il complesso della proposta è quello illustrato più volte nei mesi scorsi: taglio dell’Iva al 10 o addirittura al 5% sui servizi, voucher, status delle aziende energivore, switch off da rame a fibra, innalzamento dei limiti elettromagnetici ritenuto fondamentale per il 5g.

Si sta progressivamente delineando la situazione dei Comuni italiani di fronte al PNRR, in particolare diventa sempre più stringente il tema delle modalità per la gestione degli investimenti, che ammontano ad oltre 40 miliardi di euro. Argomento altrettanto importante, e direttamente collegato al primo, la gestione condivisa di progetti da parte dei Comuni, dove emerge il ruolo delle Unioni e la necessità di potenziare la loro strutturazione agendo sul terreno normativo e organizzativo. Tutto questo alla luce anche del grande numero delle proposte: sono infatti 69,712 i progetti presentati dei Comuni. Rivolge attenzione al tema il quotidiano Il sole 24 ore, con un articolo a firma di Gianni Trovati pubblicato lo scorso 27 gennaio: Il loro costo ammesso si attesta 29,5 miliardi di euro, in pratica i tre quarti dei circa 40 miliardi complessivi cumulati dagli interventi che devono passare sul tavolo dei sindaci. Il censimento effettuato dal Servizio centrale del Pnrr mostra in modo efficace l’ampiezza dell’impegno che investe le amministrazioni locali nella realizzazione del Piano. I sindaci sono coinvolti in 41 filoni di investimento, articolati in 9 delle 16 componenti del Pnrr e accasati in 4 delle 6 missioni (sono escluse solo le infrastrutture per la mobilità e la salute, che intrecciano competenze nazionali e regionali). Ma i numeri offrono anche indicazioni importanti sulla geografia del Pnrr dei Comuni. A primeggiare per numero di progetti è la Lombardia, con 11.728 interventi. Ma il dato si spiega prima di tutto con le dimensioni della prima regione italiana. Il rapporto fra numero di progetti e popolazione conferma invece l’orientamento meridionale di molti filoni del Piano, con qualche sorpresa.

Nell’articolo si sottolinea come al Nord registra una quota di progetti (48,3%) leggermente superiore al peso della sua popolazione (46,4%); in questa forbice sembrano restare schiacciate le regioni del Centro, che ospitano il 19,8% dei residenti ma pesano solo per il 14% sul totale dei progetti. Prosegue l’articolo: Tolte Molise, Valle d’Aosta e Basilicata, fuori scala per le loro piccole dimensioni, il rapporto progetti/popolazione vede in testa Sardegna, Calabria e Abruzzo, con un intervento ogni 373-428 abitanti. Subito dopo si incontra in graduatoria la prima regione settentrionale, il Piemonte, con un progetto ogni 485 cittadini, mentre la Lombardia si ferma molto più in basso con un rapporto quasi doppio (843). Ma le sorprese maggiori arrivano in fondo, con il Lazio (un intervento ogni 1.505 residenti) e soprattutto con la Sicilia che chiude la classifica con un intervento ogni 1.647 abitanti. Certo, un esame completo deve tener conto anche del valore unitario dei singoli investimenti. Ma già queste cifre sembrano confermare che in alcune aree del Paese la priorità assegnata al Sud dall’obiettivo della coesione territoriale si scontra con forti deficit progettuali. I problemi, insomma, iniziano già prima della fase cruciale della realizzazione, che domina le preoccupazioni di governo ed enti locali.

Durante il convegno “Il nuovo codice degli appalti”, organizzato a Roma dall’Istituto Arturo Carlo Jemolo e dall’Avvocatura dello Stato, tenutosi lo scorso 27 gennaio, sono state presentate le principali novità contenute nel nuovo testo del Codice. All’incontro hanno partecipato esponenti del Governo, dell’Avvocatura dello Stato e della Magistratura amministrativa, docenti universitari e rappresentanti del mondo delle imprese e dell’editoria. Nel corso dei lavori società come Enel, Terna e Iren hanno espresso un giudizio molto favorevole alla disciplina messa a punto dalla commissione speciale del Consiglio di Stato coordinata da Luigi Carbone e approvata dal Cdm, con particolare riferimento al quadro normativo che si delinea per i cosiddetti «settori speciali» (elettricità, gas, energia termica, Tlc, acqua, trasporti ferroviari e aeroportuali). Rivolge attenzione all’argomento il quotidiano Il Sole 24 ore con un articolo pubblicato lo scorso 28 gennaio: La scelta del codice è quella di rendere i settori speciali ancora più autonomi dalle norme ordinarie, come d’altra parte prevedono le direttive Ue (i settori speciali hanno una direttiva a sé, la 2014/25). Nel nuovo codice tutte le norme che devono essere applicate da questi committenti sono raccolte nel libro III e si applicano le norme valide per i settori ordinari solo se espressamente richiamate, mentre nel codice vigente c’era una forte spinta ad estendere le norme ordinarie a questi settori.

Nell’articolo si ricorda come durante i lavori del convegno è stato sottolineato che i cosiddetti “settori speciali” hanno migliori performance con una propria qualificazione degli appaltatori e un bassissimo tasso di contenzioso. Hanno anche norme che consentono una migliore organizzazione. Un esempio lo ha fatto Gianni Armani, amministratore delegato di Iren, con riferimento al responsabile unico del procedimento (Rup): nei settori speciali è possibile suddividere questa funzione fra vari specialisti, a seconda delle competenza necessaria, legale o ingegneristica o tecnica, nei settori ordinari il Rup è, appunto, unico. Giudizio positivo anche da Giulio Fazio, responsabile dell’area Affari legali e societari di Enel. «Il codice è un passo avanti – ha detto – anche per chi, come noi, deve essere competitivo sui mercati internazionali, soprattutto quelli delle forniture di materiali, per evitare di arrivare tardi rispetto ai nostri concorrenti francesi, tedeschi e spagnoli. Bisogna continuare in questa direzione». Fazio apprezza le norme di tutela dei lavoratori, clausola sociale compresa, ma ha raccomandato più attenzione al tema della cybersecurity perché le due normative rischiano di non parlarsi.

L’avvio del nuovo anno ha riproposto in misura evidente il problema di reperire personale per installare infrastrutture indispensabili per lo sviluppo delle reti in banda ultralarga. Sempre più difficile confrontarsi con la corsa contro il tempo per rispettare la scadenza del 2026, che accomuna la maggior parte delle opere infrastrutturali legate alle reti ultraveloci previste all’interno del Piano Italia digitale 2026. La posta in palio è di circa 6,3 miliardi di euro. Le aziende di settore hanno ribadito anche nelle scorse settimane al nuovo Governo l’allarme: mancano sempre almeno 16.000 risorse umane necessarie per realizzare il piano di sviluppo delle nuove reti. È motivo di nuova attenzione al tema la presentazione di uno studio condotto dalla società di consulenza imprenditoriale Oliver Wyman, che mette in luce uno scenario sicuramente preoccupante. Vi è infatti il concreto rischio di non poter centrare gli obiettivi previsti dal Piano di digitalizzazione. Ne parla il magazine L’Economia, del Gruppo RCS – Corriere della Sera, con un articolo a firma di Federico De Rosa pubblicato lo scorso 16 gennaio: L’obiettivo non è a portata di mano, “Il mercato di rete non è in grado ad oggi di accogliere la sfida e portarla a termine nei tempi previsti dal Pnrr” commenta Marco Grieco, partner di Oliver Wyman responsabile Telco per l’Italia, per la quale insieme a Emanuele Raffaele, principal della società di consulenza americana, ha analizzato nel dettaglio lo stato dell’arte della italiana in fibra ottica e la capacità degli operatori di fare il salto richiesto da imprese e cittadini per beneficiare dei servizi digitali e accelerare la crescita. Il quadro che ne esce non autorizza all’ottimismo e chiama in causa il governo, unico soggetto in grado di invertire la tendenza e accelerare i piani.

Secondo le aziende del settore, riunite in un apposito Gruppo all’interno di ANIE, per fare fronte alle richieste in ambito FTTH servirebbe aumentare la capacità produttiva fino a 4-5 milioni di unità immobiliari all’anno per i prossimi cinque anni. Senza contare gli altri interventi. Nella relazione di Grieco si sottolinea come negli ultimi cinque anni il settore ha registrato una crescita del fatturato di circa il 7%, grazie alla diffusione della tecnologia Ftth (Fiber to the home), 5G e Fwa (Fixed Wireless Access), ma, allo stesso tempo, ha vissuto una progressiva erosione dei margini: meno 0,4 punti percentuali rispetto al 2017. Condizione ulteriormente complicata dall’aumento inflattivo di tutti i fattori produttivi (energia, ma anche bitume, ad esempio). Oliver Wyman di fatto conferma che per realizzare entro il 2026 gli obbiettivi fissati dal PNRR e dai piani di roll-out della fibra, sono necessarie circa 16 mila risorse aggiuntive rispetto al personale già presente nel settore.
Il mercato ha quindi due sfide rilevanti connesse alle persone: da un lato il reperimento delle risorse umane necessarie, dall’altro le tempistiche di formazione di tale personale specializzato. Per supportare il settore e portare a termine gli obiettivi entro il 2026 sarà necessario quindi lo sforzo di tutte le parti in gioco: imprese di rete, imprese di telecomunicazioni e Governo.

Dieci miliardi di investimenti nei prossimi quattro anni: questo comprende il piano strategico 2022-2026 di Snam che aumenta del 23% le spese per lo sviluppo delle infrastrutture. Il Gruppo prevede anche un utile netto in rialzo di circa il 3% medio annuo “pur a fronte dell’aumento dei tassi di interesse”, spiega in una nota, mentre viene estesa al 2026 la crescita minima del 2,5% del dividendo. Secondo SNAM il tema energetico nazionale va ribilanciato puntando su tre pilastri: sicurezza delle forniture, sostenibilità e competitività. Il sistema necessita di sviluppare l’infrastruttura del gas lungo tutta la catena del valore attraverso una maggiore flessibilità ed un adeguato dimensionamento, in maniera da rafforzare la propria resilienza in tempi di crisi. La transizione energetica va accelerata attraverso lo sviluppo di gas verdi e di tecnologie per la decarbonizzazione, l’efficienza energetica e l’uso sempre più spinto della digitalizzazione. Dedicano attenzione al tema tutti i principali media italiani, fra cui La Repubblica con un articolo pubblicato lo scorso 19 gennaio: Del totale, 9 miliardi di euro sono destinati all’infrastruttura del gas. In particolare: 6,3 miliardi di euro sul trasporto (rispetto a 5,4 miliardi del precedente piano), compresi gli investimenti relativi al potenziamento della Linea Adriatica e l’applicazione della nuova metodologia per la valutazione dello stato di salute degli asset per le sostituzioni di rete; 1,3 miliardi di euro per l’ampliamento e il rinnovo dei siti di stoccaggio (rispetto a 1,2 miliardi del precedente piano); 1,4 miliardi di euro destinati al GNL, con un significativo aumento riconducibile all’acquisto dei due rigassificatori galleggianti e ai relativi investimenti infrastrutturali.

Per raggiungere gli obiettivi auspicati Snam sarà quindi attiva con una strategia che si articola su investimenti nell’infrastruttura del gas lungo l’intera catena del valore. Come sottolineato nell’articolo, gli investimenti nei business della transizione energetica ammontano a 1 miliardo di euro. In particolare, gli investimenti in biometano nel piano 2022-2026 ammontano a circa 550 milioni di euro e prevedono oltre 100 MW di impianti in esercizio entro il 2026. Previsti anche 100 milioni di euro di investimenti nell’idrogeno anche con il supporto dei fondi del PNRR, per contribuire a preparare l’ecosistema nazionale all’utilizzo dell’idrogeno. Altri 120 milioni di euro di investimenti vanno alla CCS (Carbon Capture and Storage).

Nel CdA di Tim tenutosi lo scorso 18 gennaio massima attenzione a definire i principali “numeri” che caratterizzeranno il nuovo piano industriale che dovrebbe essere approvato sempre dal CdA Tim il 14 febbraio. Rivolge attenzione alla questione il quotidiano Il Sole 24 Ore con un articolo a firma di Andrea Biondi e Carmine Fotina pubblicato lo scorso 19 gennaio: A quanto trapelato sono alcune delle evidenze emerse nel corso del Cda di Tim che si è svolto ieri, per la prima volta senza la presenza di Arnaud de Puyfontaine che lunedì ha rassegnato le dimissioni. Una scelta, questa del ceo di Vivendi, motivata secondo le ricostruzioni dalla necessità di voler avere le mani libere sul dossier rete e dalla volontà di puntare a revocare un Consiglio d’amministrazione frutto di una lista del board appoggiata nel 2021 dai due principali azionisti di Tim – Vivendi e Cdp – ma che ora, con l’uscita di de Puyfontaine dopo quella di Frank Cadoret a novembre, ha perso qualsiasi rappresentanza diretta del primo azionista forte di una quota del 23,75 per cento.

Come ricordato nell’articolo, mentre proseguono le trattative inerenti i nuovi assetti di TIM il governo sta accelerando su un pacchetto di interventi per il settore, richiesti anche dalla stessa società: L’emendamento al Dl Lukoil che estende le agevolazioni per gli energivori alle aziende della difesa e delle Tlc strategiche per la sicurezza nazionale (anticipato sul Sole 24 Ore di ieri) è stato trasformato ieri in Aula al Senato in un ordine del giorno. Ora sarà molto probabilmente recuperato nel decreto Ilva, che ha già iniziato il suo iter nella commissione Industria con lo stesso relatore del Dl Lukoil, Salvo Pogliese (FdI). Sarebbe un primo aiuto, tra gli altri beneficiari, per la stessa Tim nell’ambito del pacchetto di interventi di cui mercoledì prossimo si discuterà al ministero delle Imprese e del made in Italy, anche con l’ad del gruppo Pietro Labriola. Degli incentivi per il settore, oltre che dei progetti del Pnrr, si è parlato ieri anche nel primo giro di incontri di Alessio Butti, sottosegretario a Palazzo Chigi con delega all’Innovazione tecnologica, con associazioni e operatori delle Tlc (Aiip, Assoprovider e Fastweb e la stessa Tim con Labriola). L’equiparazione delle telco alle aziende energivore è considerata una priorità dal governo e dalla maggioranza.

Sempre nell’articolo si sottolinea come degli incentivi per il settore, oltre che dei progetti del PNRR, si è parlato sempre il 18 gennaio nel primo giro di incontri fra Alessio Butti, sottosegretario a Palazzo Chigi con delega all’Innovazione tecnologica, e le associazioni e operatori delle TLC (Aiip, Assoprovider e Fastweb e la stessa Tim con Labriola). L’equiparazione delle telco alle aziende energivore è considerata una priorità dal governo e dalla maggioranza.

La recente pubblicazione di un report realizzato da Strand Consulting, società di consulenza internazionale specializzata nel settore delle telecomunicazioni, pone in evidenza la questione degli equilibri finanziari, operativi ed etici della rete, considerando prima di tutto che il traffico internet sta crescendo costantemente, ha dei costi sempre più rilevanti, ma si conosce ancora poco di come impatti sulle strutture gestionali e imprenditoriali. Dedica attenzione al tema Cor.Com – il Corriere delle Telecomunicazioni, con un articolo a firma del Direttore Mila Fiordalisi, pubblicato lo scorso 20 gennaio: Si sta discutendo della nozione di fair share e fair contribution per le reti a banda larga. Ma ciò che è giusto ed equo è soggetto all’interpretazione individuale. Non avremo mai un accordo condiviso sull’equità. La discussione sulla politica della banda larga ha bisogno di trasparenza e contabilità, non di equità”. Alla vigilia dell’avvio della consultazione pubblica da parte della Commissione Ue – L’altra questione chiave è, secondo Strand Consult, quella della trasparenza: “La trasparenza nella politica sulla banda larga è limitata. Pur sapendo che il traffico internet sta esplodendo ed è costoso, sappiamo poco di come impatta su ogni singola rete a banda larga. Inoltre, l’impatto dei dati varia a seconda del Paese, della tecnologia (fissa o mobile) e del modello di business.

Sempre nel suo articolo, Mila Fiordalisi si domanda a ragione cosa avverrà nel momento che la presenza del metaverso, tecnicamente un vero e proprio “mangiatore di banda”, si amplierà nella rete: Se ci si preoccupa oggi che lo streaming online consumi gran parte della larghezza di banda di Internet, come sarà possibile recuperare i costi quando un numero ancora maggiore di dati verrà immesso nelle reti a banda larga? Questa la domanda che pone Strand Consult che suggerisce di passare all’azione attraverso un aggiornamento delle regole prima che Metaverso diventi realtà.

L’articolo si chiude con un affondo, derivato da quanto emerge dall’analisi di Strand Consult, riguardante un punto che alle autorità antitrust in questi anni sembra essere sfuggito o almeno sottovalutato: le big tech hanno acquisito potere di mercato proprio grazie allo sfruttamento delle reti a banda larga. E per questa ragione le big tech riescono a esercitare un’influenza politica per ottenere prezzi e condizioni favorevoli per la banda larga (quindi accesso a prezzo zero, o con un forte sconto). “Ciò non accadrebbe in un mercato libero e competitivo, ad esempio un mercato che permetta ai prezzi di fluttuare e che non proibisca la diffusione di nuovi prodotti e servizi competitivi come fa la regolamentazione sulla net neutrality. La perdita di valore economico è dell’ordine di 300 miliardi di euro per la costruzione di Ftth e 5G nell’UE. “Potremmo avere prodotti e servizi Internet differenziati se il traffico non fosse dominato da una manciata di aziende. In altre parole, se i servizi specializzati non fossero vietati dalla regolamentazione dalla net neutrality, oggi potremmo avere un’innovazione maggiore e diversa”

Alcuni anni fa Il filosofo Luciano Floridi coniò il termine “onlife”, ancora attualissimo, a indicare la natura sempre più ibrida della vita quotidiana in cui tutto è ormai interconnesso in un abbraccio tra reale e virtuale. Quanto è avvenuto con la pandemia, che ha sollecitato sempre più persone e aziende ad aprirsi al digitale e all’uso delle nuove tecnologie, questo scenario è diventato la nuova normalità. A confermare lo scenario in atto ed approfondire il tema è il 5° Rapporto Auditel-Censis, intitolato “La transizione digitale degli italiani, dal boom degli schermi connessi (sono quasi 100 milioni) alla banda larga, il Paese grazie alla televisione, corre verso la modernità”, dal quale emerge che il digitale è ormai parte integrante della quotidianità della maggior parte degli italiani. Rivolge attenzione al tema il magazine di socio-economia Affari&finanza, con un ampio servizio a firma di Sibilla Di Palma, pubblicato lo scorso 9 gennaio: Non a caso l’indagine, basata sulla ricerca di base Auditel (sette wave l’anno, 20 mila abitazioni visitate, 41 mila interviste faccia a faccia), evidenzia che, se la spesa complessiva delle famiglie italiane si è ridotta lo scorso anno del 5,4% rispetto al 2017, quella per computer, smart Tv e smartphone è l’unica che ha continuato a crescere. Nel 2021 la spesa per telefonia, trainata dagli acquisti degli smartphone, è aumentata infatti del 92% rispetto al 2017, raggiungendo un valore complessivo di 7,86 miliardi di euro. Ad aumentare è stata anche la spesa per computer, tablet e smart Tv, per un valore che nel 2021 ha raggiunto i 10,63 miliardi di euro, in crescita del 49,4% rispetto al 2017. 

Sempre nell’articolo si ricorda come nelle case degli italiani ci sono attualmente 120 milioni di schermi (erano 111 milioni nel 2017), con una media di cinque device a famiglia. In questi cinque anni non sono però solo aumentati gli schermi, ma sono cresciuti anche i device connessi. La rilevazione registra infatti 93 milioni e 200 mila dispositivi collegati a internet all’interno delle abitazioni, un numero in forte crescita dal 2017 quando erano poco meno di 74 milioni. Al primo posto ci sono 48 milioni di smartphone, aumentati di oltre sei milioni negli ultimi cinque anni. Seguono le televisioni che sono circa 43 milioni. Altrettanto interessanti i dati dell’indagine, riportati anche nell’articolo, riguardanti le reti TLC: Guardando ai dati, oggi 14 milioni e 700 mila famiglie, il 61,7% del totale, vivono in zone che sono coperte dalla banda larga (cinque anni fa erano 13 milioni e 200 mila). Restano però esclusi dalla copertura nove milioni di nuclei familiari, il 38,3% del totale, residenti perlopiù nelle regioni del Sud e delle Isole. A essere penalizzati sono, inoltre, gli abitanti dei centri minori.

L’articolo si conclude sottolineando quanto emerge dal rapporto di Anitec-Assinform intitolato “Il digitale in Italia 2022”, realizzato in collaborazione con NetConsulting cube. L’analisi stima che nell’anno appena iniziato il mercato digitale italiano dovrebbe raggiungere un ammontare complessivo di 79,13 miliardi di euro (più 3% rispetto al 2022). Per i successivi anni si ipotizza invece un incremento più sostenuto, ovvero più 4,8% nel 2024 e più 5,3% nel 2025, anno in cui questo settore dovrebbe superare gli 87 miliardi di euro.

Al via gli incontri tra il Governo e i principali operatori delle TLC. Il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica, Alessio Butti, ha fissato nelle giornate di mercoledì 18 e 25 gennaio un primo ciclo di incontri. Le riunioni avvieranno un iniziale confronto con i rispettivi rappresentanti al fine di approfondire le esigenze e le problematiche del settore, nonché definire le possibili linee di intervento e semplificazione, anche in relazione all’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per i progetti di competenza del Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio. Dedica attenzione al tema Cor.Com – Il Corriere delle telecomunicazioni, con articolo a firma di Federica Meta pubblicato lo scorso 12 gennaio: Ieri in audizione alla Camera, anche il ministro delle Imprese Adolfo Urso si è soffermato sull’importanza di avviare incontri di collaborazione per “disegnare insieme la rotta di un settore, quello delle TLC, tanto dinamico quanto indispensabile per la crescita anche nella fase di transazione digitale che stiamo vivendo. Un settore che – ha continuato – quando feci il mio primo ingresso in questa Commissione era un orgoglio del Sistema italiano nel mondo” (…) Tra i temi affrontati, quello sulla rete unica dove il Ministro ha confermato l’intenzione del Governo di realizzare una rete delle TLC a copertura nazionale che consenta al Paese di raggiungere gli obiettivi che si è prefisso in un sistema ad alta competitività internazionale, salvaguardando i livelli occupazionali. Urso ha inoltre comunicato l’avvio di un tavolo di confronto continuativo con le parti sociali e gli enti locali per l’intero settore delle tlc per inizio febbraio.

Sempre nell’articolo di Cor.Com si ricorda come si il ministro, parlando della banda larga, ha evidenziato come la copertura della fibra in tutte le aree del Paese viaggia ancora ad una velocità troppo bassa e che sul piano aree bianche è stato ereditato un grave ritardo nell’attuazione del progetto da parte del concessionario Open fiber. Così nell’articolo: “Il ritardo ci preoccupa, – ha commentato Urso – Ministero e Governo sono coinvolti poiché stavolta non si può fallire. Grazie alle azioni di stimolo in atto si ritiene realistica a giugno 2023 la fine dei lavori per i comuni cofinanziati con fondi Fesr, progressivamente, tra dicembre 2023 e settembre 2024, per i comuni finanziati con altri fondi”, ha concluso il ministro Urso.

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